Lavoro dopo la pensione, quando è possibile: obblighi, limiti e trattenute dello stipendio

22 Mag, 2019

Lavoro dopo la pensione, quando è possibile: obblighi, limiti e trattenute dello stipendio

Continuare a lavorare dopo la pensione è possibile, ma entro certi limiti di reddito: ecco tutto quello che interessa sapere ad un pensionato che decide di intraprendere una nuova attività lavorativa.

Dopo aver avuto accesso alla pensione un pensionato potrebbe decidere di riprendere a lavorare; una scelta motivata da problemi economici – ad esempio se l’assegno di pensione è molto basso e non sufficiente per vivere – oppure per semplice voglia di rimettersi in gioco.

A tal proposito la domanda che in molti si fanno è se si può andare in pensione continuando a lavorare. La risposta è no, visto che la domanda di pensionamento viene accettata solo nel caso in cui il lavoratore abbia cessato il suo ultimo rapporto di lavoro.

Una volta collocato in quiescenza però il neo pensionato può essere assunto nuovamente – sia dalla vecchia che da una nuova azienda – così da poter arrotondare sull’assegno di pensione. Questo non è possibile solamente nel caso di Quota 100 poiché esclusivamente per questa misura è stato introdotto un divieto di cumulo tra reddito da lavoro e pensione, valido fino al momento in cui questo non raggiunge il diritto alla pensione.

Una regola introdotta appositamente per favorire il ricambio generazionale nel mercato del lavoro e che consente a coloro che accedono a Quota 100 di svolgere solamente prestazioni occasionali, nel limite di 5.000€ l’anno.

LAVORO DOPO LA PENSIONE

A tal proposito ecco una guida dedicata a tutti i pensionati che vogliono continuare a lavorare; qui un approfondimento su regole e adempimenti, nonché su cosa succede ai contributi versati dopo la pensione.

Smettere di lavorare per andare pensione

Quando si va in pensione, quindi, oltre a requisiti contributivi e anagrafici c’è un’altra condizione da soddisfare: l’obbligo di cessazione dell’attività lavorativa. Questo è stato introdotto dalla Legge Amato del 1992 e confermato – ma solo per le pensioni liquidate con il sistema contributivo – dalla Legge Dini del ‘95; principio ribadito anche dalla Corte di Cassazione nella sentenza 5052/2016 con la quale è stato confermato l’obbligo di cessare l’attività lavorativa subordinata per vantare il proprio diritto alla pensione.

Quest’obbligo interessa solamente i lavoratori dipendenti, mentre per gli autonomi e i parasubordinati non c’è alcun obbligo di cessazione della propria attività lavorativa per accedere alla pensione.

Tuttavia anche per i dipendenti ci sono delle precisazioni da fare. Ad esempio, bisogna sottolineare che il divieto di lavorare dopo la pensione non è assoluto: la non sussistenza del rapporto di lavoro dipendente, infatti, deve essere verificata al momento della decorrenza della pensione.

Ciò significa che – rispettando determinate condizioni – il pensionato può riprendere a lavorare una volta che gli è stato riconosciuto il diritto alla pensione, anche perché l’articolo 19 della legge 133/2008 ha eliminato qualsiasi limite per il cumulo esistente tra la pensione e i redditi derivanti dall’attività lavorativa per quanto riguarda la pensione di vecchiaia o quella di anzianità.

Come anticipato, questo non vale per coloro che hanno avuto accesso alla pensione con Quota 100, i quali non possono riprendere a lavorare prima del raggiungimento del diritto alla pensione di vecchiaia, ovvero una volta compiuti i 67 anni di età. Eccezion fatta per le prestazioni occasionali, possibili ma entro il limite di 5.000€ l’anno.

Cumulo pensione e redditi da attività lavorativa

Come anticipato si può riprendere l’attività lavorativa dopo essere andati in pensione. Dal gennaio 2009 non esiste infatti alcun vincolo per il cumulo della pensione con i redditi derivanti da attività lavorativa; questo però vale solamente per i trattamenti previdenziali diretti, quali la pensione di vecchiaia e quella anticipata (o di anzianità).

Ci sono dei limiti però per chi va in pensione interamente con il sistema contributivo. Nel dettaglio, chi va in pensione prima dei 63 anni perde interamente il diritto all’assegno previdenziale nel caso in cui inizi a lavorare come dipendente; questo invece perde il diritto al 50% della pensione che eccede la minima dell’INPS, che per il 2019 è pari a 513,01€ mensili, se inizia un’attività lavorativa da autonomo.

Discorso differente per chi è titolare di una pensione di invalidità. Infatti, mentre per coloro che ne hanno diritto dal post 1984 non ci sono limiti, chi la riceve da prima di questo anno deve soddisfare determinati requisiti per non perdere il suo diritto.

Nel dettaglio, la pensione viene interamente sospesa per coloro che hanno un reddito derivante da attività lavorativa che supera di tre volte l’ammontare della pensione minima, quindi superiore ai 1.539,03€.

Per chi lavora ma ha un reddito come lavoratore dipendente inferiore al suddetto limite si applica una trattenuta del 50% sulla differenza tra l’importo lordo della prestazione e la pensione minima INPS; la trattenuta si riduce al 30% per i lavoratori autonomi.

Se invece chi va in pensione è anche titolare di un assegno di invalidità, in caso di continuazione dell’attività lavorativa perde:

  • il 25% della pensione se il reddito è superiore a 2.052,04€;
  • il 50% della pensione se il reddito è superiore a 2.565,05€.

Se nonostante queste due trattenute l’assegno previdenziale è comunque superiore alla pensione minima INPS si applica:

  • una nuova trattenuta per coloro che hanno anzianità contributiva inferiore ai 40 anni, pari al 50% della differenza tra la pensione minima e la pensione (per i lavoratori dipendenti) che scende al 30% per gli autonomi;
  • nessuna trattenuta per chi ha più di 40 anni di contributi.

Infine concludiamo analizzando quello che succede ai titolari di pensione di reversibilità che riprendono l’attività lavorativa. Questi non perdono il diritto alla pensione qualora nel loro nucleo familiare ci siano figli minori o studenti o inabili.

Se così non fosse la pensione si riduce:

  • al 45% per i redditi compresi tra i 1.539,03€ e i 2.052,04€;
  • al 36% per i redditi compresi tra i 2.052,04€ e i 2.565,05€;
  • al 30% se il reddito supera i 2.565,05€.

Trattenute sullo stipendio del pensionato

Se il lavoratore pensionato rientra in uno dei casi appena elencati, ovvero quando stipendio e pensione sono cumulabili entro un certo limite, è il datore di lavoro stesso a dover trattenere dallo trattenimento delle somme non cumulabili per poi provvedere al versamento di quanto trattenuto dall’ente previdenziale che eroga la pensione.

Ci sono dei casi, però, in cui della trattenuta sullo stipendio del pensionato se ne occupa direttamente l’ente previdenziale. Nel dettaglio, questo succede nel caso di tardiva liquidazione della pensione, con la quale si opera sugli arretrati, o anche di attività lavorativa che il pensionato svolge all’estero.

Lo stesso accade quando il pensionato è in possesso di redditi da lavoro autonomo.

Chi lavora dopo la pensione versa i contributi?

Naturalmente la ripresa dell’attività lavorativa comporta il versamento dei contributi all’INPS.

Questi permettono al pensionato di aumentare l’importo della pensione che gli viene già riconosciuta, tuttavia la richiesta di incremento non è immediata.

Si può chiedere l’aumento della pensione grazie ai contributi versati, infatti, solo dopo 5 anni dalla decorrenza della pensione o – ma solamente per coloro che hanno superato l’età pensionabile – dopo 2 anni (ma per una sola volta).

Dopo quanto si può riprendere l’attività lavorativa?

Come abbiamo detto all’inizio dell’articolo, per accedere alla pensione è fondamentale che al momento della decorrenza della stessa non sussista un rapporto di lavoro come dipendente.

Per questo motivo è necessario interrompere qualsiasi rapporto di lavoro in essere al momento della richiesta della pensione; interruzione che deve durare fino alla decorrenza del trattamento previdenziale, che solitamente avviene dopo circa un mese dalla richiesta.

Quindi si può essere riassunti dalla stessa azienda – oppure intraprendere una nuova attività lavorativa – una volta che la pensione viene effettivamente riconosciuta, pur rispettando i suddetti limiti relativi al cumulo dell’assegno previdenziale con i redditi derivanti da attività lavorativa.

Il Direttore Generale Rete di Veneto Eccellenze