Il ’48 siamo noi

26 Apr, 2018

Il ’48 siamo noi

Il ’48 siamo noi

  Editoriale di Edoardo Pittalis

 

Noi siamo il Quarantotto. Non quello dello scompiglio dei moti rivoluzionari borghesi che sconvolsero l’Europa della Restaurazione nel 1848. No,  siamo proprio quelli del 1948.

Quell’anno siamo nati la Costituzione, TexWiller e io. Siamo nati liberi che era una sensazione fino ad allora sconosciuta agli italiani. Settant’anni dopo la Costituzione è fresca come quando è stata scritta, Tex continua a cavalcare e sparare in un West sul quale il sole  tramonta rosso ogni sera. Io continuo a scrivere.   E sono nati  Marcello Lippi che da ct ha vinto un mondiale di calcio con gli azzurri (anche l’atuale ct Ventura è del ’48) e Patty Pravo che ci ha fatto cantare la bambola e il ragazzo triste.

Gli inglesi sostengono che sia la generazione più felice dal dopoguerra in poi. Hanno fatto studi: nel 1948 dalle loro parti è nato il welfare system con gli assegni familiari ed è stato liberalizzato l’accesso agli atenei. I nati di quell’anno sono diventati ragazzi accompagnati dalla colonna sonora dei Beatles e dei Rolling Stones, pare abbiano avuto una vita tutta rock e sesso, avevano giusto vent’anni quando è arrivata la contestazione; a poco più di sessant’anni hanno lasciato il lavoro e sono andati in pensione.

Anche noi italiani del ’48 siamo nati con la camicia? I nostri Beatles si chiamavano Dik Dik, e il nostro Sessantotto era fatto pure di poliziotti figli di contadini e operai che morivano nelle piazze, abbiamo attraversato anni di piombo e d’inflazione e la grande crisi degli ultimi anni ha costretto molti ad anticipare l’uscita dal lavoro.

Forse  un po’ è vero che la nostra fortuna è stata il posto fisso che adesso si è trasformato nella pensione con almeno 35 anni di contributi. Forse siamo stati anche la fortuna dell’Italia perché se in questi lunghi e difficili anni  il Paese ha retto con dignità, lo deve in gran parte a statali e a pensionati che hanno continuato a consumare e a garantire, col loro reddito fisso, prestiti di figli e nipoti.

Noi nati col baby-boom del ’48 non sapevamo di essere così fortunati. Ci è andata meglio dei nostri nonni che avevano fatto la Grande Guerra e dei nostri padri  appena tornati dal fronte o dalla prigionia. Noi di guerre non ne abbiamo combattuto e i nostri figli spesso non hanno nemmeno fatto il servizio militare.

Siamo figli di reduci contenti di averla scampata, di una ricostruzione che s’incominciava a intravvedere tra cantieri e fabbriche. Siamo nati in un’Italia libera, con la Costituzione nata dalla Costituente dove i veneti erano 49 in tutto: 26 democristiani, 14 socialisti, 7 comunisti, 1 per la Democrazia del Lavoro e uno per l’Uomo Qualunque. E sette veneti entrarono nella  Commissione dei 75 che doveva  stilare la nuova Costituzione: Concetto Marchesi, Umberto Merlin, Egidio Tosato, Riccardo Ravagnan, Antonio Pesenti, Giovanni Uberti e Lina Merlin. I Costituenti avevano un compito storico: creare uno Stato totalmente diverso da quello precedente, rompere col passato della dittatura e della monarchia, disegnare la democrazia e la repubblica.

Dopo vent’anni in cui il potere era subìto anziché esercitato dal popolo, la Costituzione decide che il potere non appartiene a uno o a pochi, ma a tutti i cittadini. E il lavoro non solo è la base dello Stato, ma non è più legato al possesso di una tessera.

Le leggi razziste avevano dichiarato non più italiani i cittadini di religione ebraica e gli oppositori erano stati perseguitati, mandati al confino o addirittura eliminati. Adesso: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

La donna che il fascismo voleva relegata soprattutto al ruolo di sposae  madre, legata alla casetta piccina, alla bambola rosa, ha la stessa dignità dell’uomo e lo stesso diritto di partecipare alla vita pubblica, politica, al mondo del lavoro. Il merito di sottolineare che uomini e donne finalmente hanno gli stessi diritti è di Lina Merlin. La stessa che dieci anni dopo conseguirà un’altra vittoria di civiltà, la chiusura dei casini. Noi del Quarantotto quando li hanno chiusi avevamo dieci anni!

La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita per una nazione in cui il tasso di analfabetismo è elevato: nel 1950 su 47.224.000 abitanti, 7 milioni e mezzo sono analfabeti e 13 milioni sono privi di un qualsiasi titolo di studio. Più tardi sarà la televisione a unificare la lingua col  Maestro Manzi e “Non è mai troppo tardi” per insegnare a leggere e scrivere agli adulti.

Anno strano, difficile, il 1948 con elezioni tempestose e la contrapposizione della Dc di De Gasperi e del Pci di Togliatti, con la Chiesa pesantemente in campo: “O con Cristo o contro Cristo… Attento, nel segreto della cabina Dio ti vede Stalin no”. Vinse la Dc che il 18 aprile, nel primo Parlamento repubblicano, ebbe la maggioranza assoluta: 13 milioni di voti, 305 seggi su 574. Tre mesi dopo si rischiò di sprofondare nella guerra civile per l’attentato a Togliatti: ci furono lo sciopero generale, scontri, morti. Il segretario del Pci, ancora con la testa fasciata, rivolse un appello che invitava alla calma.

Un’Italia nella quale tutto era passione e dualismo: in politica, nello sport (Bartali e Coppi), nel cinema (Rossellini e De Sica, “Germania anno zero” e “Ladri di biciclette”), nella bellezza prorompente e mediterranea (Pampanini e Mangano). Gli unici che mettevano tutti d’accordo erano il Grande Torino, quarto scudetto consecutivo, e Totò che fece il pieno al cinema con “Totò al Giro d’Italia”nel quale compariva la Miss Italia appena eletta, Fulvia Franco.

Le nostre madri compravano un chilo di pane con 88 lire, i nostri padri dieci sigarette sfuse con 45 lire (tre Nazionali, una Giubek, due Alfa, una Macedonia…).

Cresciuti in un’Italia povera, un po’ ingenua,  ma non rassegnata e costantemente in crescita. Educati a conquistare tutto da soli: la scuola, la strada, l’officina. Un po’ l’arte di arrangiarsi e un pizzico di fantasia per supplire alle molte carenze: bastava un prato incolto per fare un campo di calcio, due sassi per pali; il pallone di cuoio duro, chiuso da uno spago, a colpirlo forte con la fronte usciva il sangue dal naso. E con i tappi delle gazzose si fabbricavano “cimbali” per il più avventuroso e fantasioso Giro d’Italia disegnato tra terra e fango, salite comprese, montagne con nevi incorporate. I fumetti giocati a sette e mezzo nelle scale delle case,  L’Intrepido, Tiraemolla, Caèitan Miki e Grande Bleck e Nembo Kid che solo molti anni dopo abbiamo saputo che si chiamava Superman.

Le partitelle all’oratorio, le processioni cantando in coro “Mira il tuo popolo o Bella Signora…”, la vaccinazione con un’incisione sul braccio che sarebbe rimasta tutta la vita. Gli esami che scandivano passaggi di classe, quasi tappe di vita, ogni due o tre anni. Il fiocco azzurro o rosa, il grembiule nero, la cartella di cartone pressato, le matite colorate, le prime penne biro al posto del calamaio, le classi miste.

Un pezzetto della nostra felicità l’abbiamo trovato nella prima Cinquecento conquistata a rate, mille lire al chilo, la doppietta per cambiare marcia. Il tettuccio apribile, i sedili ribaltabili, il mangiadischi di plastica colorata con l’ultimo quarantacinque giri. Le feste di classe, le ragazze coi capelli cotonati e il profumo di lacca che si sentiva da lontano. ”La casa del sole”  durava 4 minuti e 20 e potevi ballare guancia a guancia per un tempo che sembrava non dovesse finire mai.

Noi siamo quelli che hanno visto in tv il primo uomo sulla Luna e si sono emozionati; hanno esultato per Italia-Germania 4-3 di notte davanti a grandi televisori in bianco e nero; che hanno ballato il twist e lo shake e dalla balera sono passati alla discoteca. Alti come un soldo di cacio, in calzoni corti e calzettoni, abbiamo condiviso le avventure televisive di Jim della Giungla con Johnny Weissmuller ormai troppo imbolsito per fare Tarzan, anche se Cita era sempre la stessa; Rin Tin Tin col caporale Rusty e un imberbe Roger Moore nei panni medievali di Ivanhoe.

Quelli col posto fisso, quelli che sono sempre andati a votare da quando hanno conquistato il diritto a 21 anni e a modo loro hanno provato a cambiare il mondo dei padri.

Forse non è stata una vita tutta e sempre in discesa, anche se gli inglesi sottolineano il tempismo di una generazione fortunata: sempre presente quando c’era da aprire la porta giusta. Nati in piena guerra fredda, abbiamo visto cadere il Muro di Berlino e crollare il comunismo. A noi è andata molto meglio dei padri e, purtroppo, anche dei figli, la loro è la prima generazione dall’Unità d’Italia che ha avuto meno delle generazioni precedenti.

A noi per fare un Quarantotto è bastato semplicemente nascere.

 

 

 

 

 

 

 

 

Edoardo Pittalis

Giornalista e saggista, editorialista de Il Gazzettino, Vice Direttore di Venetoeccellenze.com