Bitcoin in RW, il bivio della “chiave”

24 Apr, 2018

Bitcoin in RW, il bivio della “chiave”

 

Mestre 24/04/2018

          INFORMATIVA

 

Oggetto: Bitcoin in RW, il bivio della “chiave”

 Avvicinandosi la stagione dichiarativa, uno dei temi più controversi è l’indicazione nel quadro RW delle criptovalute. Pochi giorni fa le Entrate hanno affermato che le criptovalute «devono essere oggetto di comunicazione attraverso il quadro RW (Il quadro RW è un particolare modulo relativo alla dichiarazione dei redditi il cosiddetto Modello Unico -. In tale modulo vanno indicati gli investimenti all’estero e le attività estere di natura finanziaria detenute dal contribuente alla data del 31 dicembre dell’anno di riferimento della dichiarazione)». Secondo l’Agenzia, il dato va indicato alla colonna 3 (codice individuazione bene) con il “14” (Altre attività estere di natura finanziaria). Il controvalore in euro della valuta virtuale, invece, va determinato al 31 dicembre del periodo di riferimento, al cambio indicato a tale data sul sito dove il contribuente l’ha acquistata.

La risposta delle Entrate, però, non ci convince!

 Occorre partire dal fatto che, in base a quanto dispone l’articolo 4 del Dl 167/1990, il quadro RW del modello dichiarativo va compilato in caso di detenzione nel periodo d’imposta di “investimenti all’estero ovvero di attività estere di natura finanziaria suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia”. Ora, se, in qualche modo, rispetto alle norme sul monitoraggio fiscale, le criptovalute possono essere considerate attività di natura finanziaria, la questione va analizzata sotto il profilo territoriale, considerando che si deve trattare di “attività estere”. Le criptovalute, infatti, non stanno né in Italia né all’estero. Si può dire, in termini semplicistici, ma comunque fattuali, che le criptovalute stanno nella “rete” (di fatto, nella blockchain), per la quale non esiste né un concetto di “estero” né di territorio nazionale.

 Si consideri ulteriormente la questione sotto il profilo sanzionatorio. La norma stabilisce che la violazione dell’obbligo dichiarativo è punita con la sanzione dal 3 al 15% degli importi non indicati, penalità raddoppiata nel caso le attività siano detenute nei Paesi black list. Certamente si può sostenere che l’entità ordinaria della sanzione risulta quella dal 3 al 15% e che il “raddoppio” della stessa opera esclusivamente, come deroga, nella particolare ipotesi di detenzione delle attività nei Paesi a fiscalità privilegiata. Con la conseguenza che, non potendosi individuare la detenzione delle criptovalute – posta la loro a-territorialità – nei Paesi a fiscalità privilegiata si applicherebbe comunque, in caso di omessa indicazione dei coin, la penalità ordinaria dal 3 al 15% del valore non indicato.

Ma è evidente che si tratta, in ogni caso, di una conclusione forzata, posto che l’aspetto sanzionatorio risulta “naturalmente” collegato all’ubicazione territoriale delle attività, le quali devono risultare detenute all’estero, mentre le criptovalute, come si è detto, nella maggioranza dei casi non possono essere ritenute tali.

 Si può così giungere alla conclusione che l’obbligo di indicazione nel quadro RW non sussista ogni qualvolta la persona fisica abbia la disponibilità della chiave privata, che rappresenta il “mezzo” attraverso il quale la stessa persona manifesta la volontà di disporre delle criptovalute.

 Alla luce dei fatti questi sono tatticismi, ma cosa penserà (e come agirà) l’Agenzia delle Entrate è tutto da vedere. Queste sono le nostre valutazioni che inglobano alcune valutazioni riportate da “Il Sole 24 Ore” e altri quotidiani, ma la valutazione finale spetta alle Commissioni Valutarie o, nel caso peggiore, alle Commissioni Tributarie.

 

A cura dell’Ufficio Stampa

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